Duomo di Modena

La Guida di Modena

Duomo di Modena

 

Corso Duomo
Aperto tutti i giorni 7-12.30, 15.30-19
Ingresso gratuito
Audioguide a 4 euro (6 euro la coppia) presso:
                     IAT (Piazza Grande, 14)
                     Musei del Duomo (Via Lanfranco, 6)
App gratuita
059 216078
unesco.modena.it
duomodimodena.it
 
 


Storia del Duomo di Modena

La posa della prima pietra per il nuovo Duomo avvenne il 9 giugno del 1099, incredibilmente in un momento in cui la sede vescovile era vacante: fu dunque la comunità cittadina in piena autonomia – e anzi per rivendicarla – a volere una degna cattedrale al fine di custodire le spoglie del Santo Patrono Geminiano (312-397).
Architetto del complesso fu nominato Lanfranco. L’apparato scultoreo fu invece commissionato a Wiligelmo. I lavori procedettero in fretta a partire dalle absidi, e, nel 1106 si poté traslare il corpo del Santo nella nuova cripta, alla presenza di Papa Pasquale II e di Matilde di Canossa (questo il racconto della Relatio de innovatione ecclesiae Sancti Geminiani ac de transaltione eius beatissimi corporis conservata nel Museo del Duomo°°). Qui nel 1173 si tenne un congresso della Lega Lombarda, cui Modena apparteneva. La solenne consacrazione ad opera di Papa Lucio III (il severo pontefice della decretale Ad abolendam contro l’eresia) avvenne invece nel 1184.
Già dalla fine del XII secolo intervennero alla fabbrica, sostituendosi ai seguaci di Lanfranco e di Wiligelmo, i Maestri Campionesi, che vi restarono sino almeno alla metà del Trecento, apportando importanti modifiche di gusto gotico (il rosone, le porte laterali in facciata, la Porta Regia su Piazza Grande, il finto transetto, molte decorazioni interne, la magnifica guglia della Ghirlandina).
Nella prima metà del ‘400 si costruirono le volte a crociera in mattoni, sostituendo le precedenti capriate lignee, e si arricchì l’interno di pregevoli opere d’arte e monumenti. Sempre al centro della vita cittadina, pronto a fare da sfondo ai principali avvenimenti, la leggenda vuole per esempio che quando l’Imperatore Carlo V passò da Modena, visitandolo, rischiò di rompersi una gamba scivolando sul pavimento.
Considerato incredibilmente sgraziato e spoglio dai modenesi dell’epoca barocca, veniva rivestito all’interno e all’esterno con decorazioni e apparati effimeri più confacenti al gusto del tempo. Qualcuno pensò anche di demolirlo e di costruivi quella che oggi sarebbe una banale chiesa come tante, ma per fortuna non fu esaudito.
Altri interventi risalgono al Settecento – in particolare la zona dell’abside centrale della cripta – e alla fine del secolo successivo, quando il Duomo venne ripulito da tutto ciò che vi era stato aggiunto di non pertinente. Di qui passò anche Napoleone, e in suo onore fu intonato un solenne Te Deum, salvo poi fare altrettanto per la sua sconfitta e il ritorno dei Duchi Estensi.
La storia più recente del Duomo è prevalentemente storia di restauri conservativi, che mirano a mantenerlo nelle migliori condizioni possibili, proteggendolo dallo smog e dalla subsidenza, e consentendoci di ammiralo come i tantissimi che fecero altrettanto in quasi mille anni di storia.


 

Esterno del Duomo di Modena

Facciata

La cattedrale si sviluppa, come moltissime delle chiese risalenti al periodo romanico, in senso ovest-est: la facciata è dunque il lato occidentale, il fianco destro quello meridionale e così via.
La facciata, su corso Duomo, venne progettata, come il resto dell’edificio, dall’architetto Lanfranco: l’altezza è esattamente pari alla larghezza, conferendo all’insieme un aspetto di armoniosa robustezza. Come lungo tutto il perimetro esterno, anche qui si presenta il motivo delle loggette chiuse entro arcate: da notare in particolare gli splendidi capitelli che le ornano e i protomi sotto gli archetti pensili. Attualmente si aprono tre porte, benché in origine fosse prevista solo quella centrale: l’intervento è coevo agli altri dei maestri Campionesi, che lavorarono alla fabbrica tra 1170 e 1320 circa, e cui si deve anche il rosone.
Di eccezionale importanza, per la rinascita che segnano nella storia dell’arte dopo i secoli altomedievali, sono le quattro grandi lastre scolpite dallo scultore Wiligelmo. All’epoca poste alla stessa altezza, sì da poter essere comodamente lette dai fedeli, che vi ritrovavano illustrate quelle storie bibliche che essi, analfabeti, non potevano leggere, oggi le due più esterne sono rialzate.
Cominciando da sinistra, prima lastra: Dio in mandorla (simbolo dell’interiorità e della luce) con un libro aperto in mano, sorretto da due angeli; la creazione di Adamo e – le scritte sono ancora leggibili – quella di Eva dal suo costato; il peccato originale con i due che mangiano dall’albero le mele offerte dal serpente, coprendosi per la prima volta con foglie di fico.
Seconda lastra: Dio, con un severo dito inquisitore, rimprovera Adamo ed Eva, che si pongono le mani tra i capelli, e li fa cacciare da un angelo; finalmente i progenitori sono vestiti completamente e zappano la terra presso una pianta, le teste chine sotto gli archetti della decorazione superiore.
Terza lastra: i primi uomini dopo il peccato originale. Caino e Abele offrono a Dio, racchiuso in una mandorla, un agnello e delle spighe. Caino uccide poi il fratello colpendolo in capo e viene rimproverato da Dio.
Quarta lastra: Caino, a sua volta, viene ucciso, come era stato predetto, dal cieco Lamech, che scaglia una freccia con l’arco (notare i suoi occhi chiusi); Noè e la moglie scampano al diluvio universale entro un’arca che riprende vagamente le forme del Duomo stesso (da cui la metafora con i fedeli salvati dalla religione); Noè con i figli Sem, Cam e Iafet escono dall’arca e ripopolano il mondo.
Di grande interesse è il Portale Maggiore, decorato dallo stesso Wiligelmo. I leoni stilofori ai lati sono di epoca romana, provenienti con ogni probabilità da un antico sepolcro. L’estradosso è ricamato con un fittissimo tralcio d’acanto sorretto alla base da due telamoni, in cui si nascondono uomini, esseri fantasiosi (basilisco, sirena, grifone etc.) o naturali (vipere, falchi, gru). L’archivolto è invece dominato, alla sommità, da un’immagine di Giano bifronte, la divinità romana protettrice delle porte. Nell’intradosso, invece, sono scolpite le immagini dei profeti (Mosè, Aronne, Daniele, Zaccaria, Michea, Abdia, Abacuc, Ezechiele, Isaia, Geremia, Malachia, Sofonia: i loro nomi sono incisi nelle nicchie che li contengono).
A sinistra del portale maggiore, sopra la seconda lastra, una bellissima iscrizione, sorretta dai profeti Enoc ed Elia (simbolo di lunga vita per la cattedrale) ricorda la data di posa della prima pietra (6 giugno 1099) e l’autore dell’apparato scultoreo: «Inter scultores quanto sis dignus onore claret scultura nunc Vuiligelme tua». Sempre ai lati del portale, due formelle wiligelmiche sono di stampo classico, e raffigurano due angeli che si appoggiano a fiaccole rovesciate (a sinistra con un ibis, forse simbolo della morte dell’impuro peccatore). Agli angoli dell’avancorpo, infine, a sinistra due cervi si affrontano e condividono un’unica testa, a destra due leoni cercano di divincolarsi dalle spire di un serpente (simbolo dell’uomo che si libera dal peccato).
Più in alto del rosone campionese, sotto alla croce detta di San Geminiano, dalla particolarissima forma, stanno quattro rilievi con i simboli degli Evangelisti, al centro un Cristo in mandorla campionese e, più a destra, Sansone che smascella il leone. Completano la facciata un angelo in cima e le due torrette ai lati del corpo centrale (terminate solo nei primi anni del Novecento).

 

Fianco sud

Continua la progressione delle arcate con loggette e trifore, di cui notare i capitelli e le piccole ma originalissime figure sotto gli archetti pensili. Subito oltre la calle dei Campionesi, a destra della facciata, dietro un cancelletto appuntito, sta la Porta dei Principi, da cui entravano i battezzandi. La porta fu eseguita sul modello del portale maggiore di facciata dal cosiddetto Maestro di San Geminiano, seguace di Wiligelmo a lui contemporaneo. Oltre i due leoni stilofori, si possono ammirare, nell’intradosso, le figure degli Apostoli (dove Mattia sostituisce il traditore Giuda) e, nell’estradosso, un tralcio abitato simile a quello della facciata. Bellissima è la decorazione dell’architrave, con sei episodi della vita di San Geminiano: in partenza a cavallo e in nave per l’oriente per liberare dal demonio la figlia dell’imperatore Gioviano (curioso il demone alato che ne esce durante l’esorcismo), riceve dei doni e ritorna in città, dove muore e viene sepolto avvolto come una mummia. Particolare anche l’intradosso dell’architrave stesso, in cui un Agnello è retto da due angeli che paiono volare in cielo, guardati agli angoli da San Giovanni Battista e San Paolo.
Presso il lato destro del protiro, la lotta di Giacobbe e l’angelo accanto alla Verità che strappa la lingua alla frode. Ancora più a destra una grande incisione ricorda la consacrazione del Duomo, avvenuta nel 1184 alla presenza di Papa Lucio III. Accanto, un testo commemora la visita di Papa Giovanni Paolo II nel giugno del 1988.
Il lato verso la piazza è dominato dalla straordinaria Porta Regia, costruita agli inizi del Duecento da maestranze campionesi: in marmo rosso veronese, è caratterizzata da una straordinaria strombatura finemente lavorata (notare le colonne intrecciate ai lati e il motivo con le rose sull’arco) e dai due leoni che tengono delle prede tra le zampe. Il complesso è sormontato da una grande edicola, contenete una statua di San Geminiano (il cui originale è ai Musei del Duomo°°) e, sulla destra, un’incredibile osso di balena. A sua volta la loggia è sormontata da un leone.
Procedendo verso destra, si innalza il finto transetto realizzato dai Campionesi in occasione della ristrutturazione del coro interno, anch’esso sormontato da un leone. Nel 1501 fu aggiunto il pulpito di marmo opera di Jacopo e Paolo da Ferrara, raffigurante, nei tondi, i quattro Evangelisti; nel 1584 fu invece la volta della lastra istoriata da Agostino di Duccio nel 1442 con quattro scomparti ritraenti storie di San Geminiano (così come sull’architrave della Porta dei Principi: la guarigione della figlia dell’Imperatore d’Oriente, lo scambio dei doni e le esequie con il miracolo della nebbia che salvò Modena dai barbari di Attila).
Tra pulpito e lastra, due targhe sovrapposte ricordano il giuramento di Pontida nei campi di Legnano, quando venne costituita la Lega Lombarda contro l’Imperatore Federico Barbarossa, e la creazione, nel 1855, per volere di Papa Pio IX, della provincia ecclesiastica di cui Modena è tuttora centro vescovile.

 

Absidi

Già concluse nel 1106, anno della traslazione delle reliquie di San Geminiano (così come raccontate dalla Relatio dei Musei del Duomo°°) le tre absidi sono uno dei punti più suggestivi della cattedrale. Qui si apprezzano il disegno delle logge (nel solito motivo lanfranchiano che percorre tutto il perimetro) e lo splendore degli oltre venti tipi di pietre di reimpiego che rivestono la chiesa.
Nell’abside maggiore una lastra incisa loda l’architetto e sormonta la bella finestra a tutto sesto con motivi floreali. Particolari sono poi le misure modenesi incise nel marmo, che ricordano quando nei pressi era presente l’ufficio della Buona Stima, cui ricorrevano, contro il pericolo di truffe, i commercianti che tenevano in piazza il mercato. Da sinistra, il mattone, il passo, la pertica e il coppo: fu in base a queste antiche misure che venne progettato il Duomo, che infatti le rispetta con precisione.

 

Fianco nord

Sul lato settentrionale del Duomo si apre via Lanfranco, la suggestiva stradina aperta alla fine dell’Ottocento, quando si isolò la cattedrale dagli edifici circostanti delle sacrestie e delle canoniche (in cui oggi i due Musei del Duomo°°). Lungo la via dedicata all’architetto della chiesa si può ammirare la più lunga successione di quel motivo ad archi con loggette che domina tutt’intorno: bellissimi le metope in alto, i capitelli e i protomi, uno diverso dall’altro, con soggetti fantastici o naturali.
In prossimità della torre Ghirlandina si apre la Porta della Pescheria o delle Donzelle, quella che, affacciandosi sulla via Emilia, accoglieva i pellegrini (da qui il contenuto internazionale e pagano dei rilievi). Il nomi derivano dal fatto che lì si vendeva il pesce e che di lì entravano le donne per recarsi a messa. Il passaggio sopraelevato che la segue porta dal Duomo in Sagrestia, gli archi che la precedono, tra fiancata e Ghirlandina, furono invece realizzati in stile gotico probabilmente nel 1338, per impedire un cedimento del campanile verso la chiesa.
La porta si caratterizza, come le altre, per i due leoni stilofori ai lati. Di eccezionale interesse è l’apparato scultoreo. Nell’estradosso si ripete il tralcio abitato sorretto da telamoni, mentre nell’intradosso si susseguono le curiose rappresentazioni dei mesi dell’anno: Gennaio concia il maiale, Febbraio si scalda al fuoco avvolto in una coperta, Marzo pota le viti, Aprile reca in mano mazzolini di fiori, Maggio conduce un cavallo (era il mese in cui si iniziavano le guerre), Giugno taglia l’erba con la falce, Luglio falcia le spighe di grano, Agosto le batte, Settembre pigia l’uva dentro una botte, Ottobre versa il vino, Novembre semina e Dicembre prepara la legna. Si mostra così il ciclo senza fine delle stagioni, imprescindibili regolatrici della vita dell’epoca.
Nell’architrave sono raffigurate favole di matrice francese: la Nereide cavalca il Tritone; i galli portano a spalla la volpe che si finge morta; due cicogne cercano di liberarsi dal serpente che le ghermisce; un lupo e una gru appartengono a una favola di Fedro.
Ma il racconto più incredibile è quello dell’arco: presso la chiave di volta, in un castello, Mardoc tiene prigioniera Ginevra, mentre ai lati due schiere di cavalieri corrono a salvarla. Tra questi, come illustra la scritta, Artù di Bretagna e Galvagino: si tratta insomma di una rielaborazione del ciclo arturiano dei Cavalieri della Tavola Rotonda, sennonché la prima versione scritta che si conosce della storia risale al 1136, ben vent’anni dopo la conclusione della porta! Si testimonia qui, con la più antica rappresentazione al mondo del racconto, la circolazione delle leggende portate attraverso l’Europa dai pellegrini che vi circolavano.


 

Interno del Duomo di Modena

L’interno del Duomo è costruito omogeneamente in laterizio, salvo i capitelli e taluni elementi di particolare rilievo, che sono in marmo. Rispecchiando l’esterno, con cui condivide la progettazione, è diviso in tre navate. Osservando la centrale si nota il susseguirsi di pilastri a fascio e di colonne, che disegnano quattro volte a crociera e uno pseudo transetto in corrispondenza del coro, dinnanzi alle tre absidi. A metà altezza circa si aprono le trifore di un matroneo che non venne mai realizzato e, più in alto ancora, ampie finestre danno luce all’insieme.
Cominciando la visita dalla navata sinistra, sulla parete il monumento funebre al vescovo Roberto Fontana di Tommaso Loraghi ed Ercole Ferrara è del 1652. Segue una statua lignea di San Geminiano, patrono della città, di manifattura campionese, del primo XIV secolo. Si apre poi una porta con stipiti in marmo che conduce a via Lanfranco. Viene quindi il grande Altare delle Statuine, realizzato nel 1440-1, interamente in terracotta, da Michele da Firenze. Sull’altare è posta la Madonna della Piazza o delle Ortolane, un affresco staccato dal fianco del Duomo risalente al 1345, così chiamato in quanto posto su Piazza Grande per la devozione delle commercianti del mercato. Presso l’altare successivo, in marmo bianco scolpito, è appeso il San Sebastiano fra i Santi Girolamo e Giovanni di Dosso Dossi, del 1518-21; contro alla parete un bel paliotto in argento e rame dorato dei primi anni dell’Ottocento.
Nella navata centrale si segnalano: sulla controfacciata il monumento al vescovo Francesco Ferrari (1510), oltre a diversi rilievi e al bel rosone con vetrate realizzate su disegno di Giovanni da Modena; le due acquasantiere ricavate da due antichissimi capitelli romani, gli stemmi delle maggiori famiglie cittadine nelle chiavi di volta delle crociere (che furono finite nel 1453). A sinistra, si addossa al secondo pilastro il Pulpito di Enrico da Campione del 1322, dipinto nel secolo successivo con scene della vita di Sant’Ignazio e scolpito con figure intere lungo il parapetto (sec. XV-XVII). Sopra di esso, Madonna col bambino, affresco della metà del Trecento; sotto, Madonna del latte. Presso il secondo pilastro, questa volta di destra, si scorge uno strapuntino in legno, oggi ripiegato, conosciuto come la sedia del boia, probabilmente perché a lui destinato durante le celebrazioni. Pende dal soffitto della terza crociera, infine, lo stemma dell’arcidiocesi modenese.
Nella navata di destra, poi, dopo il monumento funebre di Lucia Rangoni di Marco Antonio da Morbegno e Anelino da Mantova (1515), si staglia la Cappella Bellencini: entro una bella cornice in cotto è dipinto un Giudizio Universale opera di Bartolomeo e Agnolo degli Erri oppure di Cristoforo da Lendinara risalente al XV secolo (da notare gli uomini seminudi alla base, il trittico, l’angelo con spada e bilancia e i Santi). Sempre nella cappella è contenuto un bel fonte battesimale in marmo rosa. Si apre poi il retro della Porta dei Principi, seguito dal Presepe in terracotta di Antonio Begarelli (1527) e dalla tomba di Francesco Molza opera del 1516 di Bartolomeo Spani.
Al termine delle navate, scendendo alcuni gradini, si accede alla cripta di San Geminiano. Qui molte tombe occupano pareti e pavimento, anche se l’elemento caratterizzante sono i numerosi capitelli delle colonnine, alcuni reimpiegati, altri prewiligelmici. Presso l’abside di destra è collocata la Madonna della pappa o Presepe Porrini di Guido Mazzoni in terracotta dipinta, del 1480-5. Una balaustra segna poi la zona del sepolcro del Santo, visibile sotto una teca di cristallo: le colonnine che sostengono il sarcofago (del IV secolo d.C.) consentivano ai fedeli di passarvi sotto in segno di devozione. Tutta l’abside centrale fu decorata nel Settecento con motivi marmorei. L’abside di sinistra, invece, conserva un crocifisso e un’urna in oro.
Ritornati al livello delle navate, si possono ammirare gli splendidi pontile e ambone, scolpiti e dipinti, di fattura campionese (anni 1165-1225). Nel primo, da sinistra: lavanda dei piedi, Ultima cena, bacio di Giuda, Pilato e Gesù, flagellazione e Cireneo. Nel secondo, da sinistra: dottori della chiesa e Redentore benedicente tra gli Evangelisti, Gesù e San Pietro. L’intero apparato è sorretto da quattro leoni stilofori (uno viene morso al collo dalla preda che ha tra le zampe, due sottomettono cavalieri con armatura e spada, un quarto ghermisce forse un cane) e da due telamoni, che sembrano indicare la sofferenza del duro lavoro dell’uomo. Corredano il tutto diversi capitelli, rilievi e motivi a rose in marmo.
Dando adesso le spalle al rosone, si può salire al terzo livello, percorrendo la scala di sinistra: questa zona sopraelevata è occupata dal presbiterio. Alla parete è la tomba di Claudio Rangoni, opera di Niccolò Cavallerino, su disegno di Giulio Romano (1542). Seguono due sculture: una Madonna col Bambino in marmo e un San Geminiano che salva un bambino in atto di cadere dalla Ghirlandina di Agostino di Duccio, del 1442. Sotto all’organo moderno, quattro tarsie con gli Evangelisti di Cristoforo da Lendinara del 1477 e i relativi scranni in legno. Presso l’abside, un Polittico con Incoronazione di Maria, Crocifissione e Santi di Serafino Serafini del 1385, posto sopra una bellissima lastra da altare risalente a prima del X secolo. La porta che si apre vicino alla scala conduce, attraverso un camminamento sopraelevato, alla sacrestia, dipinta da Francesco Bianchi Ferrari nel 1507, con i dossali e il bancone intarsiati dai Lendinara del XV secolo e tele di autori modenesi quali Francesco Villani e Bernardino Cervi. In corrispondenza invece della navata centrale si eleva una recinzione presbiterale duecentesca composta da colonnine rosa alla base e bianche sopra, recante la scritta “IESUS CHRISTUS HERI ET HODIE IPSE ET IN SAECULA”, accanto a una bella colonna tortile in marmo. Da notare il pavimento con disegni in marmo, il leggio seicentesco di legno scuro intarsiato e il Crocifisso monumentale ligneo che pende dalla volta, della seconda metà del XIII secolo. Contro alla parete ricurva dell’abside stanno gli scranni di legno magnificamente intarsiati da Cristoforo e Lorenzo da Lendinara (1465), con i due centrali a cupoletta. L’altare maggiore, anch’esso duecentesco, è sorretto da sei coppie di colonne e da una maggiore spiralata, a rappresentare gli Apostoli intorno a Cristo. Il dipinto del catino absidale, nonostante le apparenze, risale al XIX secolo, e riprende temi classici dei mosaici romani (opera di Forti e Migliorini). Presso l’abside di destra, infine, oltre alle tante finestre del finto transetto, che danno su Piazza Grande, sono da non perdere i ricchi candelabri e l’altare in marmo, nonché le tavole dorate ottocentesche con Santa Lucia e Sant’Eligio. Scendendo la scala (particolare il corrimano che termina con la testa di un leone) si vedono ancora resti dei dipinti che un tempo ricoprivano l’interno della chiesa, risalenti al XIII e XIV secolo. Si apre qui la Porta Regia, principale accesso laterale alla Cattedrale da Piazza Grande.

 

[Le immagini sono dell'Autore dietro gentile autorizzazione]